Mio cugino XXX

e un fucile carico

Scesi dalla metropolitana a Glen Park e camminai una ventina di minuti contemplando il quartiere nel quale avrei dovuto vivere per un po’ di tempo se mi fossi trasferito da mio cugino. Le case erano semplici, squadrate e di colori che andavano prevalentemente dal bianco sporco, al panna, al giallino. Arrivato al 1800 di Silliman Street, suonai il campanello e aspettai qualche secondo prima che la porta si aprisse e sbucasse il testone stempiato di un uomo grassottello, sulla quarantina e dall’espressione scocciata.

«XXX?!» chiesi fiducioso.
XXX mi guardò annoiato, «Tu devi essere quello di New York» rispose freddo da dietro i suoi occhiali dalla montatura alla tenente Kojak. «Vado a prendere un bicchiere di coca. Di là c’è il divano» e mi indicò una stanza alla mia sinistra.

Mi guardai intorno e vidi pareti bianche e una scala che saliva al piano superiore. Il rumore della televisione accesa nel salotto rimbombava fino al corridoio. Una tristezza viscerale iniziò a impadronirsi di me.
Quando mio cugino sparì in cucina entrai esitante nel soggiorno. L’arredamento era anonimo e mi sembrava vi regnasse un eccessivo ordine. Non avevo mai creduto all’ordine come principio, anzi mi disturbava. Mi aveva sempre dato l’impressione di una mancanza di attività e di vita. La televisione era sintonizzata su Cartoon Network e stava trasmettendo The Amazing World Of Gumball. Percorsi qualche metro all’interno e mi voltai per avere una visione completa dell’ambiente. Sopra al camino vidi la testa mozzata di un orso che mi fissava con la bocca aperta come fosse stato sul punto di attaccarmi. Un fucile da caccia troneggiava subito sotto. Rabbrividii.

«Ti piace, eh?» mi chiese XXX sorprendendomi con la testa dentro la bocca dell’orso. «È un orso bruno di oltre duecento chili!».
«...quel che ne resta...».
«Già» confermò compiaciuto sporgendomi il bicchiere di coca. «Ti piace la caccia?».
Esitai, «...diciamo che non l’ho mai praticata... ecco, non mi definirei un amante».
«Come si fa a non esserlo?» mi chiese sbalordito. «seguire le tracce, appostarsi, stanare la bestia e...» seguì un breve silenzio: «PUM! Capisci?!».
Diedi un lungo sorso alla mia coca.
«Che lavoro hai detto che fai?» mi chiese sedendosi sulla poltrona di fronte al divano, probabilmente in appostamento. Ricordo che invece io rimasi in piedi senza cercare riparo e dando il fianco a un possibile attacco. All’epoca non ci sapevo proprio fare.
«Al momento non lavoro... spero di trovarne presto uno».
«E non ti sei iscritto all’università o qualcosa del genere? Quanti anni hai?».
«Ne ho 21».
«Uh...» alzò le spalle come a dire che il tempo per quelle cose era ormai finito. «E quindi cosa vuoi fare da queste parti? Quando ci siamo sentiti al telefono non ho ben capito».
«Non ho le idee molto chiare a dire la verità» dissi con un sorriso più imbarazzato di quanto avessi voluto, «ci sono dei corsi che mi piacerebbe frequentare, ma al momento le mie finanze non me lo permettono».
«Di che si tratta?».
«Mi piacerebbe seguire qualche corso di etnomusicologia... magari alla Berkeley... ma prima comunque devo trovare un lavoro» aggiunsi sconsolato.
«Per fare che?».
«Te l’ho detto, per pagarmi i corsi».
«No, perché ti piacerebbe studiare entomusi...cosa?».
«Ah, non c’è un motivo preciso, cioè, mi affascina. Conosci Alan Lomax? È uno dei più conosciuti e magari lo già hai sentito».
«No».
«Bhè, era uno studioso di tradizioni musicali» dissi fiducioso mentre XXX prendeva il suo smartphone e smetteva di ascoltarmi. «Girò per tutta l’America alla ricerca delle canzoni ch...».
«Era davvero brutto» commentò sfogliando la galleria immagini di Google. «Da giovane ancora peggio che da vecchio».
«...sì, beh...» balbettai trattenendomi dal fargli notare che forse era da un po’ che non si guardava allo specchio. «Anch’io suono...» dissi infine alzando la Gibson che stringevo ancora in mano, «ti faccio sentire qualcosa?».
«No, per carità!» esclamò XXX alzando lo sguardo dallo schermo e muovendo i palmi a mezz’aria, «io e la musica... mi innervosisce e non so perché, è sempre stato così, sai?, sin da bambino. Mi viene talmente... uuuhh» e si indicò la pancia all’altezza dello stomaco, «tanto che mi vien voglia di urlare».

Lo fissai incredulo. Non avevo neanche messo piede a San Francisco e avevo già scoperto che il “cugino” XXX era stato adottato.
«Però ti confesso che non capisco tutta ‘sta smania per la musica» riprese a ruota libera, «sembra ci siano in giro solo musicisti o dj... accendi la tv e vedi solo gente che nella vita sogna di diventare un cantante. Pure nei cartoni animati adesso! Ma perché nessuno vuole fare l’ingegnere o il medico?».
Forse si accorse del mio smarrimento perché proseguì il suo monologo senza aspettare risposta, «Comunque su un punto ti do ragione: non è importante che lavoro fai, è sempre la finanza che comanda. Dovresti studiare questo invece di etno...» balbettò ignorante, «etno... vabbé hai capito».
«Sì ok... ma studiare cosa?» chiesi perplesso.
«Prima non dicevi che la finanza non ti permetteva di studiare?».
«Non proprio, dicevo che le mie fi...».
«Sì sì io lo capisco questo discorso» mi zittì compiaciuto, «ma ti sei mai domandato come mai il potere è concentrato nelle mani di pochi? Te lo sei mai domandato come mai controllano tutto? Ecco, la finanza! Io capisco tante cose e mi dispiace per quello che hanno fatto, e tutto il resto, non mi fraintendere, io sono contro, però quelli sono pieni di soldi».
«Quelli chi?» chiesi sempre più smarrito, «E contro cosa?».
«...cioè, voglio dire... non ti fa strano che sembra che l’ebreo caghi buoni del tesoro?! Guarda Zuckerberg!».
«...ma non c’entra...».
XXX scosse la testa come se non avessi potuto capire nulla di quel che mi aveva appena detto. E in effetti era vero: delirava.
«C’entra c’entra... comunque lasciamo stare questi discorsi dai, se fai il musicista capisco che l’economia non fa per te...».
«E questa sarebbe economia?».
«Beh e lo sarebbe quella del tuo amico Obama?!».

Rimasi in silenzio per qualche secondo, muovendomi a disagio di fronte a lui. Lo guardavo sorridere compiaciuto da dentro il suo divano e incominciavo a preoccuparmi: il ‘cugino’ XXX non doveva essere tutto normale.
«Massì, ti ripeto, lascia perdere...» concluse ridendo, «e poi sei troppo giovane, io alla tua età pensavo solo alle ragazze».
Presi un altro sorso di coca, avevo la gola secca e una gran voglia di sfancularlo. «Tu invece che fai? Sei sposato? Convivi?» chiesi infine sforzandomi di credere me ne fregasse qualcosa.
«No no no, non fa per me. Non ho voglia di sorbirmi i marmocchi, hai presente? “Papà papà papà!”» rise. «No no no. Poi il lavoro non me lo permetterebbe...».
«E cosa fai?» a parte il paziente psichiatrico intendevo.
«Programmo... sicurezza dei sistemi e delle reti informatiche» disse fiero.
«Interessante» strabuzzai gli occhi improvvisando un’espressione facciale che nelle mie migliori intenzioni voleva dire: “Però! Anche noi abbiamo un genio in famiglia”.
«Sì sì, molto».
«E quindi vivi in questa grande casa da solo?».
«Sì, è stato un affare. L’ho presa all’asta da uno che non poteva pagare il mutuo, sai i subprime e tutto il resto».
«...pum...» sussurrai quasi di riflesso.

XXX si tolse finalmente quello stupido sorriso dalla faccia e rimase qualche secondo in silenzio, forse per valutare la serietà della mia risposta. Ero riuscito a offenderlo? Nel caso ero pronto a colpirlo in testa con la mia chitarra: avrei potuto anche sacrificarla per una causa così nobile.
«...vedo che stai incominciando a capire come gira l’economia... bravo» disse infine con orgoglio mentre gli occhi gli brillavano di stupidità. «Qualche mese qui con me e potrai insegnare ad Harvard, altro che etnomusicazzi! ...ok, comunque sono un chiacchierone – me lo dicono tutti – possiamo continuare a parlare dopo, dai... adesso prendiamoci una tregua».
Annuii sollevato, non vedevo l’ora di sottrarmi a quella discussione e filarmela. Solo in quel momento capii di essere stato tanto a disagio da non aver mai appoggiato la mia Gibson per terra. Ero rimasto in piedi tutto il tempo, dando le spalle a quel povero orso e fissando lo stupido faccione di mio “cugino”.

«Infatti, su» disse alzandosi pigramente dalla poltrona, «vieni che ti faccio vedere dove dovresti dormire».
Posai il bicchiere vuoto di coca sopra il camino e lo seguii al piano di sopra.
«Qui c’è il bagno» mi disse indicando la prima porta che incontrammo alla fine delle scale, «questa dopo invece è camera mia e quella in fondo è la camera dove puoi dormire tu».
Percorremmo in silenzio il piccolo corridoio. Alle pareti erano appese fotografie di XXX in mezzo alle frasche in abiti mimetici con in mano un fucile da caccia. Aveva una faccia da scemo, non tanto per il fucile, quanto proprio per la faccia. Orgogliosamente scema. Provai un fastidio crescente per quella situazione, forse sarebbe stato meglio trovare un bel ponte comodo dove passare la notte... Ma il fastidio si trasformò in repulsione quando mio “cugino” spalancò la porta della camera nella quale avrei dovuto dormire e un forte odore di chiuso e di stantio mi penetrò nel naso.
«Non badare all’arredamento: questa roba c’era già quando l’ho presa, l’han lasciata qua e non ho mai avuto voglia di toglierla... puoi immaginare... che palle» mi disse mentre apriva le imposte per cambiare l’aria.
Quando la luce esterna illuminò la camera, mi ritrovai di fronte a una piccola stanza con la tappezzeria a fiori; un letto singolo in legno era appoggiato su un lato del muro mentre sul lato opposto c’era un comò con un grande specchio posto poco sopra.
«Non c’è l’armadio, ma tant’è».
«Da quant’è che abiti qui?» gli chiesi facendo qualche passo all’interno.
«Bhu...» girò gli occhi al cielo cercando di ricordare «saranno cinque o sei anni... e adesso che ci penso, non entro qui più o meno da allora... ok, forse è meglio se ti do l’aspirapolvere» aggiunse guardando le impronte che aveva lasciato sul pavimento.

Non disfeci nemmeno le valigie; scrissi a mia madre su WhatsApp che XXX era stato adottato.
Non avrei mai dormito in quella casa. Di certo non me n’ero andato da New York per stare in compagnia del programmatore più scemo di San Francisco. No, avrei dovuto andarmene prima di finire accanto all’orso bruno di oltre 200 chili, o almeno quel che ne restava. Non aspettai nemmeno che XXX tornasse con l'aspirapolvere che era andato a recuperare nel garage. Me la filai il più in fretta possibile senza nemmeno voltarmi indietro.

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