IL DIARIO DI JEFF

come tutto è iniziato

MOVING FORWARD

È qualche anno che mi sono lasciato New York alle spalle. Avevo poco più di vent’anni e non è stata comunque una decisione facile. Me ne sono andato perché mi stava uccidendo lentamente. Perché mi sentivo spaesato persino mentre camminavo lungo le strade che percorrevo aggrappato alla mano di mia madre fin da quando ero bambino. E quella sensazione mi metteva il panico.

«New York ha tutto quello che ti serve» mi dicevano con sufficienza quei pochi amici che mi portavo dietro dai tempi della scuola, «tutti vogliono vivere a New York!». Ma benché mi sforzassi di crederlo non riuscivo a pensarla come loro. Proprio non capivano che mi sembrava solo di vivere in un’illusione dove la mia vita s’intrecciava a quella di milioni di altre senza che mai s’incontrassero? Ma quante New York c’erano in quella metropolitana? La mia spersa in mezzo a quella di milioni di altre.

Non so di voi, ma per me è sempre stato così in fondo. Avevo sempre avvertito quella sensazione di inadeguatezza ovunque andassi. Ogni mattina mi alzavo convinto di vivere in una città che forse non avevo mai visto con i miei occhi. Non capivo se gli alberi di Central Park erano come li vedevo io o come li aveva ripresi un semplice turista che se li portava via scatto dopo scatto, foglia dopo foglia, radice dopo radice. Li vedete ancora gli alberi a Central Park? Le luci al neon in Times Square? E i mattoni rossi dello Spotted Pig...?

Seduto davanti alla finestra di camera mia, fissavo New York che si perdeva sotto i miei piedi in un labirinto di luci che non portavano mai a niente. E tra le mani stringevo la mia chitarra come fosse stata l’unica cosa che ancora mi legava alla vita. “Davvero qui ho tutto quello che mi serve?”, mi domandavo mentre alcune canzoni cadevano a caso dalle corde di quella Gibson. “Davvero non posso trovare qualcosa di buono... altrove?”.

Non so di voi, ma per me decidere di partire è stato liberatorio. Andarmi a prendere la mia vita. Quella che sentivo appartenermi in mezzo a quel flusso continuo che scorre anche senza di me. Mia madre invece pianse a lungo contro lo stipite della porta mentre comprimevo nello zaino tutte le mie cose. Non badavo a quello che mi sarebbe potuto servire per davvero. Non volevo lasciare niente che avrebbe potuto farmi tornare indietro. Così avevo infilato i vestiti persino nella custodia della chitarra e avevo abbracciato mia madre come se non l’avessi mai fatto prima.
«Non piangere mamma».
«Come si fa?».

Mi staccai dalla sua stretta mentre iniziava a piangere più forte. I suoi singhiozzi mi rimbombavano nelle orecchie e mi ferivano. Non sapevo se mi dovevo vergognare, in quel momento non avevo idea di come si comportano i figli quando partono. Era la prima volta che partivo e imparare era già inutile: per questo genere di cose è la prima che conta. Forse è normale, ma avevo più lacrime sulle spalle di quante ne avessi sulle guance.
«In fondo è sempre America» dissi quasi per scusarmi.
Lei tirò su col naso, i suoi occhi non sembravano capaci di trovare tregua. Mi accarezzò i capelli prima di stringere la mano destra davanti alla sua bocca come se avesse voluto impedirle di urlare tutto ciò che provava.
«Ora è l’altra parte del mondo» mi sussurrò con una dolcezza che ancora mi commuove.

mother john lennon_WEBPresi la mia chitarra costringendomi a non scivolare nella furia caotica di quel momento e scesi verso il taxi che mi aspettava in strada con il motore acceso. Non era un addio in fondo. Magari avrei presto ritrovato la via di quella casa di New York. Di mia madre che ritirava il bucato di fronte alla lavatrice prima di andare a lavoro. Dell’odore di cioccolata calda bevuta in un giorno di novembre. Della luce di quella camera dove avevo capito cosa fare della mia vita. E da allora era diventato impossibile aspettare.

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MOVING FORWARD

È qualche anno che mi sono lasciato New York alle spalle. Avevo poco più di vent’anni e non è stata comunque una decisione facile. Me ne sono andato perché mi stava uccidendo lentamente. Perché mi sentivo spaesato persino mentre camminavo lungo le strade che percorrevo aggrappato alla mano di mia madre fin da quando ero bambino. E quella sensazione mi metteva il panico.

«New York ha tutto quello che ti serve» mi dicevano con sufficienza quei pochi amici che mi portavo dietro dai tempi della scuola, «tutti vogliono vivere a New York!». Ma benché mi sforzassi di crederlo non riuscivo a pensarla come loro. Proprio non capivano che mi sembrava solo di vivere in un’illusione dove la mia vita s’intrecciava a quella di milioni di altre senza che mai s’incontrassero? Ma quante New York c’erano in quella metropolitana? La mia spersa in mezzo a quella di milioni di altre.

Non so di voi, ma per me è sempre stato così in fondo. Avevo sempre avvertito quella sensazione di inadeguatezza ovunque andassi. Ogni mattina mi alzavo convinto di vivere in una città che forse non avevo mai visto con i miei occhi. Non capivo se gli alberi di Central Park erano come li vedevo io o come li aveva ripresi un semplice turista che se li portava via scatto dopo scatto, foglia dopo foglia, radice dopo radice. Li vedete ancora gli alberi a Central Park? Le luci al neon in Times Square? E i mattoni rossi dello Spotted Pig...?

Seduto davanti alla finestra di camera mia, fissavo New York che si perdeva sotto i miei piedi in un labirinto di luci che non portavano mai a niente. E tra le mani stringevo la mia chitarra come fosse stata l’unica cosa che ancora mi legava alla vita. “Davvero qui ho tutto quello che mi serve?”, mi domandavo mentre alcune canzoni cadevano a caso dalle corde di quella Gibson. “Davvero non posso trovare qualcosa di buono... altrove?”.

Non so di voi, ma per me decidere di partire è stato liberatorio. Andarmi a prendere la mia vita. Quella che sentivo appartenermi in mezzo a quel flusso continuo che scorre anche senza di me. Mia madre invece pianse a lungo contro lo stipite della porta mentre comprimevo nello zaino tutte le mie cose. Non badavo a quello che mi sarebbe potuto servire per davvero. Non volevo lasciare niente che avrebbe potuto farmi tornare indietro. Così avevo infilato i vestiti persino nella custodia della chitarra e avevo abbracciato mia madre come se non l’avessi mai fatto prima.
«Non piangere mamma».
«Come si fa?».

Mi staccai dalla sua stretta mentre iniziava a piangere più forte. I suoi singhiozzi mi rimbombavano nelle orecchie e mi ferivano. Non sapevo se mi dovevo vergognare, in quel momento non avevo idea di come si comportano i figli quando partono. Era la prima volta che partivo e imparare era già inutile: per questo genere di cose è la prima che conta. Forse è normale, ma avevo più lacrime sulle spalle di quante ne avessi sulle guance.
«In fondo è sempre America» dissi quasi per scusarmi.
Lei tirò su col naso, i suoi occhi non sembravano capaci di trovare tregua. Mi accarezzò i capelli prima di stringere la mano destra davanti alla sua bocca come se avesse voluto impedirle di urlare tutto ciò che provava.
«Ora è l’altra parte del mondo» mi sussurrò con una dolcezza che ancora mi commuove.

mother john lennon_WEBPresi la mia chitarra costringendomi a non scivolare nella furia caotica di quel momento e scesi verso il taxi che mi aspettava in strada con il motore acceso. Non era un addio in fondo. Magari avrei presto ritrovato la via di quella casa di New York. Di mia madre che ritirava il bucato di fronte alla lavatrice prima di andare a lavoro. Dell’odore di cioccolata calda bevuta in un giorno di novembre. Della luce di quella camera dove avevo capito cosa fare della mia vita. E da allora era diventato impossibile aspettare.

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Leggi cosa scrive chi ha già letto il libro

★★★★★
5 5 1
Rockenroll cazzo!!!

★★★★★
5 5 1
Un grande libro!

★★★★★
5 5 1
Se, finendo un libro, ripensi ai personaggi, sorridi ed alla fine ti dispiaci perché sai che non ne potrai più sentire parlare la sera, prima di andare a dormire...beh, puoi essere sicuro che Quel Libro ti è piaciuto, che è penetrato un pochino dentro di te, come quelle storie semplici e felici che accadono durante la vita e che tieni strette nell' "immenso edificio del ricordo (M.P.)" tra i pensieri di serenità.

★★★★★
5 5 1
Tanta poesia, una storia affascinante ricca di voglia di cambiamento!

★★★★★
5 5 1
consigliatissimo!!! 😀

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Tanta poesia, una storia affascinante ricca di voglia di cambiamento!

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Un grande libro!

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consigliatissimo!!! 😀
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