Il colloquio

(più allucinante della mia vita)

tratto da una storia vera

Ricordo il telefono squillare e la voce entusiastica di una signorina che mi convocava per un colloquio per il pomeriggio del giorno successivo.

Arrivai all’appuntamento dieci minuti prima dell’orario indicatomi così fumai una sigaretta vicino all’ingresso dell’edificio per cercare di stemperare la tensione. Mi presentai quindi al desk consegnando il solito curriculum ritoccato qua e là, qualcuno avrebbe detto valorizzato... Una signorina mi fece accomodare in una saletta dipinta di ocra, muri, soffitto e arredamento compresi. Mi sedetti sul divano e, volendo dare l’impressione che fossi assolutamente tranquillo e padrone di me stesso, mi misi a sfogliare una delle tante riviste posate su un tavolino. Dopo mezz’ora mi venne a chiamare una ragazza tutta sorriso e scollatura che precedendomi di qualche metro con fare deciso mi scortò nell’ufficio del recruiter.

Il recruiter, o meglio, il Grande Bastardo – così lo chiamo ancora oggi – era registrato all’anagrafe come John Leroderoff ed era biondo, quasi albino e parlava con estrema calma nel tentativo visibile di mettermi a mio agio. In un primo momento mi aveva fatto anche una buona impressione perché sembrava realmente intenzionato a conoscermi; in dieci minuti si era presentato, aveva descritto il lavoro che avrei dovuto svolgere e poi mi aveva posto alcune domande generiche alle quali avevo risposto con sicurezza.

Per un certo tempo ebbi addirittura la sensazione che il colloquio stesse procedendo bene, talmente tanto da farmi preoccupare: cosa avrei fatto nel caso in cui il Grande Bastardo avesse deciso di assumermi? Sinceramente non mi andava di servire carne, carne, carne fino alle due di notte, in mezzo a un puzzo di fritto insopportabile e per di più per una paga ignobile... per quanto avessi avuto bisogno di soldi, a tutto c’era limite, no?

Proprio mentre il mio cervello elaborava possibili scuse per rifiutare quel lavoro, il Grande Bastardo si lanciò in quello che mi parve essere un esperimento sociale. Uno di quelli in cui c’è un uomo che finge di picchiare una donna per vedere se i passanti reagiscono: io ero quello picchiato ed era chiaro però che nella stanza non ci fosse nessun altro.
«Mi scusi se glielo chiedo...» aveva interrotto il flusso immaginario delle mie scuse, «se preferisce non mi risponda... mi rendo conto che è personale... in realtà per policy aziendale non potrei nemmeno permettermi di chiederglielo...».
L’avevo guardato stolidamente. Non mi ero mai preoccupato di una policy aziendale, non sapevo nemmeno perché un’azienda avesse dovuto avere una policy che regolava le domande tra le persone, cioè... non era uno spreco di tempo?
«...lei fuma?» mi chiese andando dritto al punto.

Quella domanda non me l’aspettavo dal Grande Bastardo, lo ammetto: mi aveva preso alla sprovvista. Mi ero preparato sui miei interessi personali, sulle mie capacità di lavorare in gruppo e persino su quante ore sarei stato disposto a fare gli straordinari non retribuiti... ma quella domanda... fu comunque strano, perché anche se non era mia intenzione fare bella figura – avevo già deciso che per quelli non avrei mai lavorato – iniziai freneticamente a vagliare possibili risposte alla ricerca di quella giusta. Dal tono con il quale la domanda era stata posta, avevo infatti avuto la netta sensazione che la risposta giusta ci fosse e che fosse ‘No’. Feci così l’unica cosa che quel mio stato mentale alterato trovò normale fare, «No» replicai sicuro.

Il Grande Bastardo mi guardò senza far trapelare la minima espressione. Avevo risposto nel modo corretto?
«No... no, è chiaro...» riprese dopo qualche secondo, «lei non è il tipo che fuma, si vede...».
«Veramente?!» chiesi preoccupato.
«Mah, banalmente anche solo dalla pelle... ha una pelle elastica, è chiaro».
«Mi scusi...» mi lanciai, «...ma perché le interessa? Non vedo cosa c’entri con...».
«C’entra, c’entra sempre il fumo» mi interruppe sospirando. «Vede, lei, ora è chiaro, non è il tipo che fuma. Io invece fumo, dalle 15 alle 20 sigarette al giorno...».

Temo che la mia espressione fosse di quelle visibilmente confuse perché proseguì dicendo, «Lo so... lo leggo sulla sua faccia... lei si starà domandando: “E quindi...?”... e quindi ho smesso. Sto cercando, diciamo... vede io voglio essere il tipo che non fuma. Non quello che non fuma, ma proprio il tipo di persona che non fuma. Condivide? M’interessa che lei capisca il punto se vuole lavorare qui...».
«Non so... no, non capisco...» ammisi, «quale tipo sarebbe?».

Il Grande Bastardo sfoggiò un sorriso zigomatico prima di salire in cattedra: «Il tipo che non fuma è quello che comanda il mondo» spiegò con tono petulante, «non ha mai bisogno di essere rassicurato su quel che fa, sa cosa vuole e lo persegue. Chi arriva in alto, oltre tutto e tutti, non ha mai sentito il bisogno di fumarsi una sigaretta» disse sottolineando ogni parola per farla pesare. «Lei ha mai fumato?».
«Mai» dissi platealmente. Io? Figurarsi se avevo mai fumato... No no.

Mr Bastardo rimase in silenzio qualche secondo e poi scosse la testa. «...l’avrei assunta, sa? ...mi spiace proprio... Lei farà comunque carriera, glielo posso assicurare... però in un’altra azienda...» disse infine accendendo il piccolo televisore che aveva accanto alla scrivania. «Si riconosce?».
Mi riconobbi. Stavo fumando la mia Lucky Strike vicino agli ingressi, prima del colloquio. Ero piuttosto nervoso in quel video, e la cosa a quel punto mi faceva molto ridere.
«Vede la bellezza della mia teoria adesso? ...lei ha appena dimostrato che è il tipo che fuma» concluse compiaciuto. «...lei ci ha tenuto per forza a sostenere che non fumava, nonostante io avessi ammesso di essere un fumatore... qua sta tutta la bellezza della mia teoria – lo vede adesso? – il tipo che non fuma può anche fumare!».

Mi alzai dalla sedia ignorando il suo sguardo trionfante poggiato su di me. Tirai fuori il pacchetto di Lucky e mi accesi una sigaretta ancora all’interno del suo ufficio non curandomi delle sue grida indignate che mi intimavano di smettere. Che voleva dire che io ero il tipo che fumava? Dovevo forse essere rassicurato ogni fottuto minuto? Non so come ma in quel preciso momento, proprio mentre ostentavo sicurezza all’interno dell’ufficio del Grande Bastardo, nella mia mente si fece largo l’idea terrificante che non ce l’avrei mai fatta a raggiungere in tempi brevi l’obiettivo della stabilità economica. Non in mezzo a quelle stronzate. Avevo fatto un errore a partire per San Francisco e ora era chiaro a tutti.

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